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Scrivere di cibo all’italiana: origini ed etichette

Le bucce delle clementine accanto alla tastiera mi riportano ad un paragrafo perso dentro Gastronomical me di MFK Fisher. Quel profumo che inondava casa è la mappa con cui ritrovo la strada nella ricerca dello scrivere di cibo all’italiana.

Non ricordo chi fu la prima a chiederlo, probabilmente Laura di Ricette & Vicende. Fatto sta che da quel giorno a Colle Val D’Elsa si è avviato un percorso di critica ed autoanalisi che neppure Whatsapp riesce a banalizzare.
Non ricordo neppure se la domanda fosse “da dove trai ispirazione, Giulia (Scarpaleggia)?” o se era un “da chi hai imparato a fare foodwriting?”. Ciò che quella domanda spontanea ha creato è stata una cascata di riflessioni sfociate in un collettivo “chi ci ha insegnato a fare foodwriting all’italiana?”, ossia dove sono le nostre radici di italiane che scrivono di cibo in italiano?

Le origini dentro una fiaba

Dove sono le miei origini? Chi mi ha messo in testa che potevo scrivere di cibo? E’ una vita che inseguo il suono della penna, mia ed altrui. Fino ad una decina di anni fa, scegliere un tema come il cibo era ben lontano dai miei pensieri. Non furono, però, MFK Fisher o Elizabeth David o food writer straniero a dare avvio a qualcosa di nuovo per me.

Tutto cominciò con un C’era una volta in una stanza illuminata con un’ abat-jour. Erano gli anni Ottanta.
Senza chiudere gli occhi vedo il fabbro Domenico aprire la porta a San Pietro e sento la voce di  mia madre che legge “…Ah, come sei capitato male! Ho solo sei soldi: due per la farina di polenta, due per il formaggio e due per le candele…farò a meno delle candele. Tieni questi due soldi…”.

Non ricordo, però, perché mia madre aprì la prima volta Fiabe Friulane di Giorgio Facchin e Carlo Sgorlon. E’ un po’ strano addormentare la figlia con una fiaba dove un fabbro generoso, alla fine, beffa la Morte. Altrettanto inusuale è che quel racconto seduca la figlia di circa sei anni. E che la stessa figlia leghi a quel racconto le origini del suo scrivere – silenzioso – di cibo.

Perché la poesia non è mai arbitraria e fondata sulle nuvole, ma sempre contiene un fondo di verità.

Carlo Sgorlon in La penna d’oro.

Fiaba, poetica e scrivere col cibo

Ahimé di quella fiaba ho la versione non “mia”, ma quella trascritta da Raffaella Cargnelutti in Fiabe e leggende della Carnia. Ed è questa che ho letto e riletto a quarant’anni alla ricerca della mia “poetica”. Ho ritrovato profumi, gesti, ho ricollegato le immagini reali che inserivo, già sotto le coperte, alle scene della fiaba.

Giulia Scarpaleggia parla di “Senso del luogo e parole evocative per scrivere di cibo” su Il Corriere della Sera. Ma come può il fabbro Domenico competere con La cucina dei mercati in Toscana di Giulia?

Domenico e la polenta erano un simbolo che mi venne tramandato oralmente tramite una fiaba, espressione a sua volta di un territorio. E la bambina che ero, subito associò i simboli a quello che vivevo. Domenico divenne il fabbro che lavorava accanto alla scuola elementare. L’albero di fico – su cui fu imprigionata per un po’ la Morte – non c’era, ma fu facile trasferirlo dal mio giardino al campo tra la scuola ed il fabbro. La polenta già l’adoravo e sapevo che andava mescolata lentamente e mangiata pacificamente – come descritto nella fiaba. Il formaggio era il Latteria che c’era sempre in tavola. Mai seppi se Domenico aveva quello giovane o vecchio, come si dice lassù.

Quel racconto scarno, essenziale, crudo si lega al mio sentire e scrivere, come il pane toscano di Giulia racconta la Toscana di Jul’s Kitchen.

Dovessi trovare un legame tra il mio tutto, direi che il food writing è un insieme di tecniche, il cibo un simbolo, lo scrivere un lavoro ed un lavoro ha dei valori. Quei valori me li ha raccontati fabbro Domenico.

Mi sono reso conto ben presto che scrivere significava scegliere tra infinite possibilità, e per farlo bisognava avere ben chiaro il fine che si voleva raggiungere.

Carlo Sgorlon in La penna d’oro.

Ecco le basi della “mia” poetica: legami, simboli, ricerca e valori, concretezza e senso del tempo. Ed il cibo? C’è: è una parte del tutto. E’ per questo che sto cominciando a dire in giro che non scrivo di cibo, ma scrivo col cibo (accanto).

Etichette del food writing

Che sia arrivato il tempo di discutere con te sul fatto che Carlo Sgorlon o Giulia, o ogni altro scrittore che citi il cibo, sia etichettabile o meno come food writer?
C’è ansia nell’aria di definire il food writing e di avanzare impavidi sul suolo italico come suoi precursori. E se fosse soltanto una perdita di tempo? No, non il food writing, ma l’etichettare? E’ più nobile scrivere o “fare food writing”? Creare un confine tra questi due mondi mi sembra un muro di Berlino: un’atroce, insensata divisione.

Carlo Sgorlon parla di scrittore-artigiano in La penna d’oro. Non credo che MFK Fisher in How not to boil an egg non abbia fatto lavoro di limatura per arrivare ad un incipit come: Probabilmente una delle cose più private nel mondo è un uovo, almeno fino al momento in cui non viene rotto.

O viceversa, MFK Fisher è più evocativa di David Maria Turoldo quando scrive che …la polenta mi piaceva: era profumata e calda. Nel latte poi, – quando c’era! – o col formaggio – sempre quando c’era! – aveva un sapore di miele…?

L’etichettare non riesco ad inserirlo nella mia poetica. La mia fatica è raccontare, tramite la scrittura, di come il cibo si leghi a tutti gli altri protagonisti di quella entità che è la vita. Forse tutto dipende dalle origini che mi portano a scrivere col cibo.

E tu, quel muro lo vuoi?

Letture consigliate

Beh, letture consigliate è per darmi un tono. Qui comincio a raccogliere i link ai post sullo scrivere di cibo in Italia. Molti di questi link li ritrovi nel testo del post, ma so quanto avere una lista sia più pratico.

2 Comments

  1. Cara mia come mi è piaciuto leggerti e come mi piacerebbe chiacchierare con te di tutte queste cose, magari mentre ti rubo uno spicchio di mandarino. E ti direi che si, ‘quel muro’ mi piacerebbe proprio abbatterlo. E anzi scalarlo per vedere chi è stato collocato ‘al di là’ da me o da te, ad esempio. Secondo te a chi si potrebbe chiederlo?Quale sarà stato il criterio della selezione imperante? E soprattutto sarà possibile trovare un dialogo con chi pensa sia necessario tracciare confini così precisi perché tutto abbia una fisionomia ‘classificabile’ e, peggio ‘distinguibile’. Non so, sembrerà banale ma io ho sempre pensato che le etichette servano a tranquillizzare gli insicuri e basta.
    Quanto alla ‘scrittura’ si cade spesso nell’equivoco di pensare che ‘chi scrive, sa scrivere altrimenti non lo farebbe’ e invece no. Forse per accontentare gli ‘insicuri’ si potrebbe provare allora dire che l’unica classificazione possibile è tra chi scrive bene e chi no, tra chi ha qualcosa da dire e chi no. Forse è questa l’unica distinzione possibile, da cui si potrebbe provare a partire, nella confusione generale, per decidere a chi prestare il tempo più prezioso della propria lettura. Tutto qui. Bravissima!

  2. Anche prima di leggere questo post e prima di conoscerti meglio – cosa per cui mi reputo fortunata – ho sempre avvertito in te la dimensione della fiaba e del mito, del simbolismo, ma anche un fortissimo legame alle tue origini, qualcosa di terreno e viscerale. Adesso rileggo tutto questo che avvertivo nelle tue parole, e sento che ne verranno altri di articoli così, che ci aiuteranno a crescere insieme e a chiarirci le idee!

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