Zuppa
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Una zuppa col pellegrino

Benedetto se ne era andato.
L’avevo salutato mentre l’elicottero bianco si librava in aria.
La mano mi si mosse spontanea, incosciente di dove mi trovavo io e di dove si trovava lui.
Era quasi diventato un pelligrino, mentre aprii la porta del frigoriferio.
Stavo mischiando momenti nella mia testa, se non frastornata quanto meno colta di sorpresa.

Quella sera era rimasta solo a casa. Mio marito era uscito a prendere una pizza con gli amici.
Io dopo la birra della sera prima avevo preferito riposare, accartocciare pensieri ed energie sul divano e non fare nulla di più. Non mi rimaneva che dedicarmi a quel nulla che volevo.

Nella cucina giunsi con l’energia di una trentenne svogliata.
L’unico rifugio possibile erano i piccoli tesori di un frigorifero il giovedì sera.
Due cipollotti: li vidi subito e li presi.
Una rapa bianca e sia pure quella, decisi.

La solita pentola rossa ad attendere la cena.
Un filo d’olio extra vergine d’oliva, un fornello elettrico che si scalda, e i cipollotto che affetto.
Spelo rudimentalmente la rapa, la taglio a dadini. Ma non mi accontento.
Pulisco le foglie della rapa, le metto vicino e le taglio a striscioline.

Il cipollotto non poteva che saltare in pentola.
Dopo di lui fu la volta della rapa e per ultimo delle foglie di rapa.
Poco ci volle perché aggiungessi anche dell’acqua a coprire il tutto.

Quel benedetto divano dal quale avevo fatto il saluto al futuro pellegrino sogghignava attenzione.
Del pepe nero, tormentato dal suo essere pepato, finì macinato sul momento in pentola.
E mi allontanai.

Guardinga di tanto in tanto, stremata dai report giornalistici, lanciato un’occhiata ed un passo in cucina.
Le solite immagini. Ancora l’elicottero. Subito dopo Castel Gandolfo che scoppiava di gente, pulsante di un’energia che sembra solo i saluti sanno donare. Come se prima tutto era scontato ed ora diventava significativo.
Non un pastore nella vigna del Signore. Un pellegrino. Così come tanti. Di sorpresa ci prese. E noi ora a rimirare tale gesto. Eppure nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si costruisce.
Giorno per giorno, fatica per fatica, rinuncia per rinuncia.
A lasciare un segno o più banalmente a combinare qualcosa.
Stavo per perdermi in sommi ed emeriti Pontefici.

Finchè dopo 20 minuti, il frullatore ad immersione si mise in moto.

Tutto divenne luminosamente verde. Verde foglia di rapa.
Nel piatto fondo finì fino a poggiarsi sul tavolo.
Da lì qualche pezzo di pane di semola casalingo e la cena fu.

Non fu tanto un siglare un evento storico, quanto un viverlo frammentato alla quotidianità.
Qualunque e qualunquemente italiana.

1 Comment

  1. Ma che bel post, un vero racconto! Bravissima.
    Anche alla vellutata vanno i complimenti però, eh!

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