Vino
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Picolìt un vino “da delizia”

Picolìt, perchè in Friuli l’accento conta e molto anche se mette in crisi molte traduzioni in italiano. Infatti, Picolìt potrebbe voler dire se non piccolino, allora sommità di un poggio. Ma qui si entra nell’astiosa discussione se un vitiglio prende il nome da un toponimo o viceversa. Si vuole, invece, raccontare gli albori della bandiera del Friuli.

Spesso il Picolìt è un desiderio tra il proibito e l’azzardato a causa del suo prezzo. Ma il Picolìt è un vino d’elitè?
Sì, no, forse. Ma soprattutto un vino la cui storia si lega a due grandi nomi della storia regionale: il Conte Fabio Asquini in Cuccana e l’economista Antonio Zanon (1696-1770). Se sei cresciuto in provincia di Udine, lo Zanon è prima di tutto un rinomato istituto tecnico commerciale, dove molti papà han studiato allonandosi così dal destino di agricoltori dei loro padri. Almeno per la mia famiglia è stato così. Mentre il Conte Asquini era un viticultori e proprietario terriero di Fagagna, una cittadina non lontana da Udine, ma che non ricade nella zona Collio.
Nella mia memoria da studentessa di San Daniele in visita scolastica a una mostra sul Conte negli anni ’90, il Conte era abbinato con l’introduzione delle patate in Regione. Ma dato che non si finisce mai d’imparare ad oltre trent’anni scopro che i due luminari si son dilettati anche col Picolìt.

Il Conte e l’economista han decretato il successo sul mercato del Picolìt con quasi un piano di marketing.

Piano di marketing (e non solo) del Picolìt

  1. Trasformare le barriere in possibilità. Ossia sfruttare la guerra dei Sette Anni (1756-1763). La guerra bloccò le importazioni di vino ungherese. La carenza di Tokaj ungherese apriva nuove quote di mercato ai vini dolci “locali”.
  2. Giocare con le parole, creando quasi degli slogan. Far superare al Picolìt il fatto di essere stato fino ad allora un vino locale. E come si fa? Presentarlo come un vino “da delizia” contrapponendolo in tal modo ai vini “ad uso di pasteggiare”.
  3. Venire incontro ai gusti dei clienti sfruttando i limiti produttivi dell’epoca. I gusti dei clienti variano? Si sfrutta allora la gamma di Picolìt in fatto di contenuto zuccherino. Questo infatti variava in relazione all’incontrollabile andamento delle vendemmie e al fattore freddo post pressatura.
  4. Il prezzo vorrà pur dir qualcosa. Diversi Picolìt, ma stesso prezzo. Perchè? Perchè così il Conte sosteneva coi fatti che la qualità era la medesima, essendo le medesime le uve di partenza. Comunque in prezzo era sempre sostenuto, nonostante le pressioni degli altri produttori.
  5. L’occhio vuole la sua parte. Superare l’effetto visivo. Il vino aveva dei depositi di cui i clienti si lamentavano. Ecco allora la scelta di venderlo in bottiglie di vetro verde di Murano. Le bottiglie da 0.6 l venivano spedite da A.Zanon sfruttando i corsi d’acqua fino a Portogruaro.
  6. Il vino e luogo di produzione, un legame da sfruttare. Quindi evidenziare in etichetta la provenienza. L’etichetta specificava Picolìt del Friuli per differenziarlo da quelli della concorrenza.
  7. Le conoscenze sono importanti. Se oggi ci piace vantarci dei contatti online e reali, nel Settecento le cose si giocano in termini di rapporti di parentela e legami col clero. Ed il Conte li aveva, beato lui. Il tocco finale fu dato dai camerieri al servizio di nobili e mercanti che col passa parola fecero conoscere il Piccollito.
  8. Curare i particolare. Come il tappo di sughero che arrivava direttamente da Londra e sopra di esso la marca di carta. Rarità ai tempi e segno di prestigio.
  9. Avere un unico rivenditore ufficiale autorizzato. E chi poteva essere se non Antonio Zanon mentre risiedeva a Venezia?! L’amico inoltre lasciava intendere che il vitigno era di origine africana, trapiantato in Francia, dove prese il nome di pique-poulle da cui in friulano di Piculìt. Mentre altri produttori friulani del Picolìt lo ritenevano avere un’origine non difforme da quella del famigerato Tokaj ungherese. Un po’ come Goldoni che lo descriveva come “gemma enologica più splendente del Friuli e fratello del Tokay”.
  10. Curare anche i canali di smercio. Il Picolìt veniva smerciato da Fagagna, Udine e Venezia.  Lo smercio avveniva via mare o su muli e carri per il territorio italiano. Anche le vie fluviali venivamo battute, come nel caso del Po. Quando possibile si sfruttava anche il porto di Trieste coi suoi minori costi rispetto a Venezia. Con difficoltà, infine, si sfruttavano i passi alpini.

Così il Picolìt si diffuse in Italia, Germania, Francia, Inghilterra, Olanda e Russia.

La curiosità

Il conte Asquini così capace nel promuovere il Picolìt era un …“abstemio a nativitate” e si affidava alla moglie per gli assaggi.

Le fonti

Son da citare a tutti i costi. La fonte principale Tiere Furlane  no. 7 ed il bellissimo articolo di Maria Cristina Pugnetti, che ho sintetizzato qui. Ma anche l’appendice  Vini Friulani a cura di Italo Cosmo in Mangiare e Ber Friulano. Nonchè qualche sito  internet come Viaggio in Friuli Venezia Giulia.

Ma la storia continua …

Un post per essere più preparati in vista del 13 marzo 2011 🙂

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