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Scrivere col cibo: italiano o inglese con Giulia Scarpaleggia?

Jul’s Kitchen è … Non vorrei perdermi in troppi complimenti. Dopotutto per #scriverecolcibo ho osato, volta dopo volta. E stavolta ho parlato di lingua – e non di linguaggio – con Giulia Scarpaleggia.

Prendi una blogger italiana, una di quelle che ha la cucina toscana nel sangue.
Prendi una scrittrice, una di quelle che sa scrivere e parlare in inglese.
Lascia riposare un attimo e ti troverai con Giulia Scarpaleggia. Non solo il suo sito parla due lingue, ma anche i suoi libri di cucina sono stati tradotti (e non solo in inglese).
Se Regula, alias Miss Foodwise, parlava di come il mercato dell’editoria tenda a voler superare i confini, Giulia conferma che chi scrive (e mangia) possa farlo con due diversi linguaggi e non solo per una questione di mercato.

Ma non anticipo troppo. Ciao Giulia…

Domanda un po’ stupidella, ma in che lingua cucini? E quella in cui mangi? E quella in cui scrivi d’impulso senza pensarci? E quella con cui “analizzi” o “editi” ciò che scrivi e mangi? 

In che lingua cucino? Dipende!
Cucino in italiano la pasta e il pomodoro, poi esce l’inglese quando lascio le verdure più al dente, come le ho mangiate una volta a Londra, da Petersham Nurseries. Cucino in italiano tutti i cibi della mia infanzia, dalle bracioline rifatte al pomodoro allo sformato di spinaci. Il rabarbaro lo cucino in inglese, e ci parlo anche, cercando di scimmiottare un accento da nobile di campagna inglese.

Quando mangio, invece, mangio in italiano, perché mi piace rimanere a tavola anche oltre il dovuto, mi piace parlare di quello che sto mangiando, di quello che ho mangiato e di quello che mangerò. Nel considerare il cibo un elemento affettivo, sociale e culturale, non un solo nutrimento, sicuramente lo mangio in italiano.

Mentalmente il più delle volte scrivo in inglese, perché mi innamoro di alcune parole e di come suonano, quindi spesso la prima bozza di getto è in inglese.

A volte i miei pensieri rimangono intrigati a una frase che ho letto o sentito, e allora dipende dove l’ho letta o chi l’ha pronunciata, quello indicherà la strada da seguire e la lingua da usare.

Per analizzare e editare quello che scrivo scelgo l’inglese, perché è la lingua nella quale ho studiato come si scrive bene di cibo (il manuale di Dianne Jacob è usato tanto quanto un libro del liceo, e io ero secchiona!). Per riprendere in mano quello che ho mangiato mi affido all’italiano, il mio stomaco lo capisce meglio!

Tu scrivi sia in italiano ed inglese. Due lingue diverse tra di loro in termini di struttura e, come dire, attitudine alla sintesi. Riesci veramente ad esprimerti in maniera uguale sia in inglese, sia in italiano? Fai una sorta di traduzione letterale o c’è spazio per l’adattamento? Ossia il passaggio di linguaggio ti porta a impostare in maniera diversa il messaggio o ti porta a vederlo in maniera diversa?

Credo di essere meno scontata in inglese quando scrivo, o per lo meno, è la sensazione che ha il mio orecchio perché scopro costantemente nuove parole e nuovi modi di dire. In inglese sono più concisa, uso meno aggettivi, vado più dritta al punto anche se a volte faccio dei giri di parole per ovviare problemi di traduzione. In italiano forse sono un po’ più sciolta e divertente, riesco meglio a fare dell’umorismo, cosa che in una lingua diversa mi rimane più difficile.

Nella traduzione, che a volte parte dall’inglese, a volte dall’italiano, seguo il concetto più che le parole, ho quello in mente: a volte vado di parola in parola, se si tratta di fatti, elenchi, istruzioni di una ricetta. Altre volte stravolgo la frase o un intero paragrafo, perché spesso faccio riferimento a mondi culturali completamente diversi che richiedono un approccio diverso.

Il secondo post, quello tradotto, mi piace sempre più di quello di partenza, perché la traduzione fatta sul momento è un modo per indossare un altro paio di occhiali e rivedere dall’esterno quello che hai appena scritto: spesso questo porta a un gioco di rimandi e correzioni, le due lingue mi aiutano a limare un concetto, chiarirlo, spesso addirittura a capirlo.

Ed ora il nocciolo della questione: quanto il foodwriting è straniero e quanto italiano? Oltre la diversa diffusione e percezione, c’è anche una differenza linguistica, secondo te?

Se guardo ai libri sulle mensole, nella libreria e sul comodino, direi che per me è prevalentemente straniero. Ho letto Dianne Jacobs per imparare le basi, mi sono innamorata prima di Elizabeth David, poi di Ruth Reichl e poi ho trovato il mio porto sicuro in Laurie Colwin (che ho scoperto grazie a te), Molly Wizenberg e Amanda Hesser.

Se consideriamo il food writing come genere letterario, è di nuovo prevalentemente anglosassone. Non che non esistano esempi di ottimo food writing in Italia. Abbiamo una nuova leva di blogger che si impegna ad andare oltre la ricetta come collezione di istruzioni. Abbiamo una rivista come Dispensa che ci regala articoli, interviste e approfondimenti mai banali, scritti bene, accessibili e nello stesso tempo da portare a modello.

Nel mondo anglosassone, però, vincono ancora, non solo per varietà di voce e stile, ma anche per longevità. Hanno iniziato ben prima di noi, spinti dalla curiosità di qualcosa che non avevano mai avuto, o dalla nostalgia di qualcosa che hanno avuto un tempo e che poi hanno perso.

Per noi il buon cibo è prosaicamente di casa, e ha stentato a salire al ruolo di letteratura. Per loro è novità, scoperta, e pertanto argomento da sviscerare e da maneggiare con le parole più adatte.

Per te, cos’è? Il cibo e la letteratura sul cibo?
Scoperta, passatempo, rifugio etc etc?

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