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The dirty life

Volevo quello. Lo ho avuto.
Parlo di un libro. Sono partita in vacanza con The Dirty Life sottobraccio o meglio in saccoccia.
Si presentava come un resoconto sincero della vita di fattoria. Non che nella mia vita di tutti i giorni bazzicchi da una fattoria all’altra. Ma volevo, oltre che prendere l’aria danubiana in faccia, anche ricordare e non sognare la vita tra i campi. In qualche modo volevo qualcosa che mi ricordasse il lavoro, la dignità e la fatica di quel mondo, senza buonismi, retorica ed iperboli.

Io nata in campagna, una volta son scappata, volevo altro. Volevo provare altrove il mio valore.
Ricordo i giorni passati tra nonni e genitori, tra sole e pioggia e piccoli, e sottolineo piccoli, lavori agricoli. Ed eccoli  i profumi, a tratti puzze, che forse l’età richiama alla mente. Mi ritrovo come in mezzo tra realtà ed ricordi.
Non posso sognare: ho visto e sentito il peso di quella vita.
Non dirmi che ti piace questa vita?” diceva a volte il nonno Bepi e a volte la nonna Cia.
Nel contempo sogno: ho visto visto e sentito certe umiliazioni,certi limiti, certe assurdità della vita cosidetta moderna.
Non so arare un campo, ma quasi annuso un senso più profondo, più implacabile, più tosto di quella che si chiama vita anche in mezzo alle scartoffie di un ufficio.

Volevo un libro che rendesse giustizia alla vita dei campi e questo mio sentire. Non cercavo risposte, solo fatti.
Volevo quello. Lo ho avuto.
Kristin Kimball lo racconta e lo vive. In The Dirty Life racconta il primo anno di vita di una fattoria, quella sua e dell’allora suo futuro marito. La narrazione si articola in quattro stagioni, il nostro tempo. Parte da New York, la sua vita era là e arriva alla Essex Farm dove un certo Mark la porta.
Non è una storia di amore, niente film stile Rosamunde Pilcher in vista. Ma nemmeno scene da Oliver Twist.

Da Essex Farm Notes, clicca per leggere il loro post completo

Racconto sincero di scelte coraggiose. Ridare vita ad un fattoria. Una fattoria dove la forza dei cavalli muove le macchine, dove la mungitura delle mucche viene fatta a mano mattina e sera. Dove le erbacce sono raccolte una per una da uomini e donne.
La produzione è destinata ai membri della comunità organizzata in CSA (Community-supported agriculture). Ognuno paga un certo ammontare annuo e si reca alla fattoria regolarmente per prelevare i prodotti che le stagioni, il fato ed il lavoro rendono disponibile.

The Dirty Life mi ha emozionato. Ho ricordato certi momenti dell’anno. La raccolta del fieno, l’estirpazione delle erbacce nocive dal campo, l’uccisione del maiale, la misteriosa nascita dei vitellini. Come dice il titolo del libro è una vita sporca, più dei ricordi che sa richiamare.

I vitellini arrivavano una mattina, una sorta di sorpresa nella stalla. Relegati in un angolino col racconto del nonno sulla nottata insonne e la chiamata al veterinario. Cose che mi ero passate davanti gli occhi chiusi per il nanna. Poi dopo alcuni giorni di poppate scomparivano come erano arrivati. Forse venduti. Non ho mai chiesto, intendo non più di tanto. A volte si impara che le cose accadono e punto e che il dolore è un’inutile fardello. Punto.
Mentre il maiale, l’ultimo di casa, fu macellato nel cortile quando avevo meno di cinque anni. Chiusa in casa. La piccola Rossella doveva stare in casa. Eppure ricordo che la furba Rossella, chiamata allora Furia, scappò. Per niente terrorizzata dai rumori e profumi ricordo solo che ero felice di essere scappata nell’orto, nascosta forse tra i filari dei miei amati pomodori e con una borsetta in velluto nero della mamma in mano. Seduta per terra, come mia solito, serena. Vicina agli adulti, anche se nascosta dall’orto e dal letamaio.

Da Essex Farm Notes, clicca per leggere il loro post completo

The Dirty Life mi ha riportato anche a quel giorno con la possente nonna nel campo della biscia, noi lo chiamavamo così. Si narra che abbia acquisito questo nome dal giorno che la mamma mi portò fino là in carrozzina e passò una biscia davanti.
Però attorno ai dieci anni ci andai da sola con la Cia, ossia la nonna che non poteva chiamarsi nonna. L’aiutai. Una fatica. Estirpare a mano la gramiglia è un’impresa. Gambe aperte, leggermente piegate, afferrare l’erbaccia tra le mani e tirare. E lei ti porta ingiro.
A volte ci si aiutava anche con una vanga, soprattutto se la nipotina si è stufata 🙂
Mi sedetti, infatti, all’ombra. Vidi volarmi qualcosa davanti. Mi giro. Una goccia di sudore scendeva sul volto affaticato della Cia. La nonna era sbiancata. Non l’ho mai vista così. La parte di metallo si era staccata dal manico ed era volata. Secondo la Cia mi aveva fin troppo sfiorato. Per la cronaca, fu un periodo non percepito e quel giorno è un bel ricordo via del sudore, del sole e del riposo all’ombra.

Ti risparmio i giorni infiniti di raccolta del fieno. Lunghi, cominciavano col sole e finivano quasi al crepuscolo in cima ad un carro stracolmo di erba medica che veniva portata in disceva da un trattorino Fiat arancione.
Ricordi tra persone, animali, odori, fatiche, risate. Niente uomini che sussurrano ai cavalli, niente sileziosi oracoli dei misteri della vita, solo persone normali. Forse come me impigniati in altre quotidianità, con altre fatiche, altre domande, altri orizzonti.

Se per te un libro vale perché emoziona, fa ricordare, provoca, fa riflettere, trasporta altrove, dice la verità, The Dirty Life può essere una tua futura lettura. Esiste anche in italiano.
Se intanto vuoi seguire la vita della Essex Farm segui il loro blog, tanto per capire di cosa sono fatte le stagioni.

1 Comment

  1. pasticciona says

    i contadini di una volta erano obbligati a lavorare la terra;ottenevano i frutti dalla terra ma disponevano di poco denaro che lo stato esigeva per le tasse.
    oggi lavorare la terra spesso è una libera scelta,e la resa dei campi è maggiore.
    la fatica fisica oggi è diminuita grazie alle tecnologie moderne.
    non ho nostalgia del lavoro agricolo del passato, troppi sudori e miseria

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