5 modi per riconoscere un buon corso

by rossdibi il 27 gennaio 2015

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Riconoscere un buon corso partecipando a Raccontare il cibo ed il vino con Slawka Scarso

Tornare sui banchi di scuola si dica che serva. Ma serve anche per imparare a raccontare?
Se decidi di rispondere Sì a questa domanda, forse potresti essere interessato da un corso sul racconto del cibo e del vino. Se, poi, di questo racconto vuoi tentare di fare una professione, è bene affidarsi a professionisti. Mi sono fatta intrappolare da questo ragionamento e mi sono iscritta a Raccontare il cibo ed il vino di Slawka Scarso.
Quando mi sono iscritta, tramite La Scuola Holden, al corso di Slawka Scarso l’ho fatto un po’ per fiducia verso Slawka , un po’ per fare qualcosa di diverso e un po’ per imparare.
In corso di corso ho scoperto che si trattava di un buon corso per 5 motivi.

Un buon corso non ti fa partire da zero

Ossia sfrutta le tue basi e ti dona quella confidenza iniziale che serve.
Leggere libri su come scrivere, spulciare post su come scrivere per il web, sognare di saper fare qualcosa: erano tutti prerequisiti che mi hanno fatto giungere al corso di Slawka Scarso.
Di mio avevo alle spalle anche un corso con la Cooperativa Cramars di Tolmezzo, un corso dove io avevo spiegato oltre che ascoltato Non partivo da zero, mi ero già messa in gioco, ma c’è bisogno di migliorare anche dalle mie parti.

Il partire dalla tue basi ti aiuta a fare leva su di te, sfruttando il principio di Archimede. Ti da uno slancio, che tocca a te mantenere nel tempo. Inoltre, è un modo per vedere le stesse cose da un altro punto di vista. Non sono stata delusa.

Un buon corso ti da una visione d’insieme

Pur trattando dei dettagli.

Non ha senso fermarsi a qualche articolo, blog, libro. Ci vuole una visione d’insieme che solo chi ha a che fare tutti i giorni con la materia può dare. E che solo un corso dal vivo può dare. Il costo del corso (per la cronaca € 150) viene giustificato da questo contatto diretto e dalla relatrice.

Il background professionale (ed umano) di Slawka Scarso lo conoscevo. Mi ha stupito, però, con la linearità del suo discorso, l’essenziale ricchezza delle sue slide. Nessuna sbavatura. Parlava a braccio, ma seguiva un percorso. Non si è fatta tentare dalle divagazioni, così facili quando si ha esperienza e motivazione alle spalle.
Mi ha dato una visione d’insieme, pur avendomi appassionata maggiormente con alcuni temi, da me finora poco approfonditi. Da come approcciare una rivista fino all’editore, da come raccontare al coinvolgere il lettore: tutte le sfaccettature di una vita tra penna e schermo sono state affrontate.

Un buon corso stimola

…a leggere, scrivere e mettersi in gioco.
Come amante delle parole, per me è essenziale uscire da un corso con qualche riferimento bibliografico. Ammetto di essere arrivata a casa la domenica ed aver subito scaricato il libro Mangiato bene? di Roberta Schira.
La parte del corso dedicata alla recenzione dei locali mi ha colpito particolarmente, perché è un tema che mi fa paura. Paura perché recensire non è raccontare i fatti ed i gusti propri e perchè avevo disperatamente bisogno di un metodo. Quando si comincia, serve metodo. Le basi contano.

un buon corso

Un buon corso mostra dove sbagli

Un buon corso ti mostra dove puoi migliorare, perché sbagli.
Ed io sbaglio. Anche sui temi di “Raccontare il cibo ed il vino” che vivo quotidianamente, Slawka Scarso mi ha mostrato i limiti di ciò che faccio. Non ha detto “sbagli”, ha mostrato gli esempi vincenti dopo aver fornito l’immancabile teoria.

Come quando studiavo statistica amandola, sapevo che la teoria sarebbe stata incomprensibile per i primi mesi, ma che poi, dopo qualche esercizio, tutto sarebbe diventato chiaro e banale. Slawka Scarso, date le 6 ore a disposizione ed il dover gestire una classe variegata in quanto a provenienza, interessi e background, ha puntato alla teoria e ad esempi multimediali con video e testi. La selezione di questi esempi non deve essere stata banale. Si coglieva la ricerca e l’attenzione di una docente che non ha voluto limitarsi all’ovvio e ai casi sulla cresta dell’onda.

Un buon corso ti lascia del lavoro da fare

Non sono i compiti per casa.
Dopo averti stimolato un buon corso ti fa capire che hai ancora molto da pedalare. E appena giungi a casa (e ancor prima quando prendi gli appunti) già pedali.
Ben presto ho imparato a lasciare uno spazio in fondo alle pagine per segnarmi le idee di post e di aspetti da approndire che, con buona volontà, posso concretizzare questi giorni.

Soprattutto è Mangiato bene? di Roberta Schira la coperta di Linus che mi ha lasciato Slawka. Direi che è un testo che da molto su cui pensare sarebbe scontato. E’ uno di quei libri che vorresti leggere con l’autrice accanto, sebbene sai che i metodi vadano appresi, sedimentati e solo poi discussi.

Ma il lavoro da fare è ancora più complesso e generale, come il corso su Raccontare il cibo ed il vino che si tenuto da Eataly Roma il 24-25 gennaio 2015 e che ha dato lo spunto a questo post.

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Plumcake alla ricotta e ciliegie candite

by rossdibi il 21 gennaio 2015

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Ricotta, ciliegie candite, mandorle, Nigella e Parigi: le tanti parti di un tutto

Quanto conta una parte nel tutto? Quanti sono i protagonisti del tutto?
Piccolo è grande, la parte del tutto, per colpa di pochi, in nome di uno, un mare in piazza.
C’est la vie eppure c’è ancora la joie de vivre. La vita va avanti accanto alla Parigi ferita.
Al fianco di tutta questa folla di avvenimenti, reazioni e vociare, è comparsa una torta tra tante impastata con ciò che resta del Natale tra il silenzio determinato di chi non la da vinta.
Questa è una storia con molti protagonisti, perché le parti del tutto non si sai mai quante sono.

Lo so, devo imparare a predicare di meno, ad impastare di più e a fotografare meglio. E soprattutto a volte, forse, potrei scartare qualche storia. Ma questa è talmente popolata che rischierei di gettare nell’oblio troppe voci.
Ho anche il bisogno di sfogare il dolore e di ripetermi, ancora ed ancora, che il dolore non può essere la cosa più importante di una vita o di un mondo intero. Lo chiamano pensiero positivo. Sarà!
Ed allora immaginandomi florida e sorridente, ho aperto How to be a domestic goddess di Nigella Lawson, ho preso la ricotta al posto del burro e ho detto Je Suis Rossella con un plumcake.
La parte ed il tutto.

Fino qui c’era un paio di attentati in ballo, qualche ingrediente e un libro di ricette.
Ben presto si aggiunsero altre parti. Realizzai che solo pochi giorni prima avevo finito di leggere How to be parisian ed aver sognato quell’allure che, con la mia proverbiale fretta, mal mi si accompagna. Non mi resi conto della coincidenza, fino ad una cartolina.

Quanto conta una parte nel tutto?
Il giorno dopo l’essermi trasformata in Nigella, salii sul bus pronta a mangiarne un’altra fetta di quel famoso plumcake.
Una signora di quelle graziose: vestita a modo, con un’età a modo, traballante a modo. Era lì a dire all’autista “Ogni volta che vedo uno di quei scuri salire sull’autobus ho paura, sa”. Lui a modo la tranquillizò, lei si girò, le sorrisi imbarazzata. Si avvicinò a modo e disse “Sa ogni volta che salgo penso che…”.
L’anticipai “c’era anche una bianca” a modo si fermò ed io le notai un rossetto da urlo. Perché mi persi in quel dettaglio?
La parte ed il tutto ed un pizzico di distrazione.

plumcake parigi

A casa trovai le briciole e una torta (quasi) intera in cui rifugiarmi…come un piccolo animale che non può salvare il mondo, ma che ha comunque una tana. Così ho deciso che di questo plumcake non svelerò tutto: ho fermato l’obiettivo prima.

Il tutto viene completato da una cartolina. Giungeva da Parigi. Giunse veloce, più d’ogni attesa. L’Amica me la inviò. Le capitò di trovarsi a Parigi “in quei giorni”.  Pochi giorni addietro le scrissi su whats app “hai visto cosa è successo a Parigi”. Mi rispose “ho sentito alla radio. Sto giusto per imbarcarmi per Parigi”. Ci sentiammo “in quei giorni”, ma mai sentii abbraccio più grande di quella cartolina. Me lo gustai con una parte del plumcake con ricotta.

Detto questo la ricetta del mio tutto merita, vale il tutto di Nigella ed il tantino di Rossella, che della ricetta originaria ha mantenute le dosi, ma non tutti gli ingredienti.

Plumcake con ricotta, mandorle e ciliegie

225 grammi di ricotta fresca
175 grammi di zucchero di canna
3 uova medie
100 grammi di mandorle con la pelle
180 grammi di farina di kamut
70 grammi di farina tipo 0
1 cucchiaino di bicarbonato di sodio
6 cucchiai di kefir (o di latte)
150 grammi di ciliegie candite

Dividere a  metà le ciliegie e lavarle sotto l’acqua corrente ponendole in un colino.
Lasciarle asciugare.

Preriscaldare il forno a 170°C.
Tritare finemente le mandorle.

In una ciotola lavorare assieme la ricotta e lo zucchero.
Aggiungere una alla volta le uova continuando a mescolare.
Unire il trito fine di mandorle.
Una volta amalgamato il tutto, aggiungere anche le farine ed il bicarbonato di sodio.
Unire il kefir (o latte) e continuare a mescolare.
Infine, aggiungere le ciliegie passate un attimo prima nella farina.

Versare in uno stampo da plumcake lungo 20 cm.

Cuocere a 170°C per 45-50 minuti. Fate comunque la prova dello stecchino.

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Piccata di pollo

by rossdibi il 12 gennaio 2015

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Quando le scaloppine diventano piccata di pollo

Cominciare è difficile. Parlare di scaloppine da quando tutti parliamo di Parigi è difficile. Non è la città del cinema, dei baci rubati, di Notre Dame a farci muovere le labbra. E’ la Parigi della satira che ha attivato il terrore. E’ la città che ha ridato vita ad una paura comune, a presunti scontri di civiltà e a giochi a domino letali. Eppure c’è bisogno e voglia di andare avanti tra i doveri d’ufficio, i sorrisi di casa e i capricci del mangiare. Ognuno fa il suo, io oggi lo faccio con la piccata di pollo.

La piccata di pollo rientra tra le ricette sautè della Scuola di Cucina di Martha Stewart. Come ogni ricetta della tradizione che si rispetti ha dei piccoli segreti che è bene imparare e ricordare ogni tanto. Col piglio, quasi da maestra di una volta, di Martha Stewart li ripassiamo assieme: di lei mi fido dopo la zuppa di zucca e pere, la polenta morbida e l’Apple pie. Sono essenzialmente tre i piccoli segreti della piccata di pollo:

1) è bene usare tagli di carne teneri, come il petto di pollo. Le fette di carne vanno rese di spessore uniforme e divise in piccoli pezzi;

2) la carne deve essere portata a temperatura ambiente e quindi tolta dal frigo 30-60 minuti prima della cottura. Per combattere ancora di più l’umidità è bene tamponare la carne e salarla prima di cuocerla;

3) verificare sempre, per la cottura sauté, che la padella sia abbastanza calda. Basta versare una goccia di acqua e se questa schizza o sfrigola si può cuocere la carne.

Non resta che applicare tutte queste regole alla piccata di pollo.

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gennaio 6, 2015
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dicembre 30, 2014
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